Perché l’Europa?

Perché l’Europa?
L’ascesa dell’Occidente nella storia mondiale
1500-1850

di Jack A. Goldstone

Prezzo: € 23,00
Editore: Il Mulino (Collana: Le vie della civiltà)
Pagine: 256
Lingua: Italiano
ISBN: 9788815138897

Trovai questo libricino in una di quelle tipiche librerie temporanee (quelle allestite nei tendoni per intenderci) sempre presenti ad ogni festa di paese che si rispetti. Non ricordo ne il posto ne tanto meno la festa, non so dalle vostre parti ma almeno qui in toscana il calendario è talmente affollato di sagre e feste paesane (soprattutto nel periodo primavera-estate) che tenerne il conto è impossibile, ma rammento bene che fui colpito dalla “premessa” dell’autore e decisi di prenderlo insieme ad altri libri scontati con l’idea di leggerlo poi.

E’ stato mesi e mesi a prendere polvere su uno scaffale al punto che me ne ero quasi dimenticato quando, ad inizio settimana, dopo aver terminato un romanzo e alla ricerca di qualcosa da leggere nella pausa pranzo me ne sono ricordato e l’ho portato con me al ba… ehmm… in ufficio… e BAM! non sono riuscito più a smettere di leggerlo.
Raramente mi è capitato con i saggi di non esser capace di staccare o di trovarmi a fare altro e non veder l’ora di poter disporre di qualche minuto libero per potermi riimmergere nella lettura. L’ho praticamente divorato e l’ho trovato maledettamente interessante.

Riporto qui un estratto della “premessa” che tanto mi aveva colpito:

La sola costante nella storia è il cambiamento. Venti anni fa il fuoco della politica mondiale era centrato sul conflitto tra comunismo e capitalismo […] Le preoccupazioni attuali riguardano l’ascesa dell’islam come forza di mobilitazione, l’emergere della Cina e dell’India come nuovi centri economici e, forse, i drammatici mutamenti del clima del pianeta e dei suoi diversi ambienti.
Anche lo studio della storia è cambiato. Per gran parte del XIX e del XX secolo, l’apprendimento della storia mondiale passava attraverso lo studio della civiltà occidentale, raccontata come storia dell’ascesa dell’Occidente. Questa narrazione iniziava con la nascita della democrazia e della filosofia nella Grecia e nella Roma antiche, proseguiva con il dominio dei cavalieri e dei re europei nel Medioevo, passava quindi alle arti e alle esplorazioni del Rinascimento, e terminava con la dominazione militare, economica e politica del mondo da parte delle nazioni dell’Europa occidentale de del Nord America. Le popolazioni dell’Africa, dell’America latina e dell’Asia venivano menzionate solamente quando incontravano gli esploratori o i colonizzatori europei: la loro storia, quindi, cominciava con il contatto e la conquista europei.[…] Se è vero che il mondo moderno deve molto alle intuizioni politiche e filosofiche dei greci, è altrettanto vero che esso ha attinto le sue religioni, i suoi sistemi numerici e di conto, gran parte dei suoi principi fondamentali di matematica e chimica e i suoi beni di consumo più comuni (abiti di cotone, porcellana pregiata, carta, libri a stampa) dall’Asia e dal Nord Africa.[…] Nell’ultimo quindicennio, un gruppo di giovani storici economici e sociali ha avanzato alcune nuove sorprendenti argomentazioni a proposito della storia mondiale. Invece di considerare l’ascesa dell’Occidente come un lungo processo fatto di progressi graduali verificatesi in Europa mentre il resto del mondo restava immobile, questi studiosi hanno capovolto la narrazione. Essi sostengono che le società dell’Asia e del Medio Oriente svolsero, fino all’incirca al 1500, un ruolo guida a livello mondiale in campo economico, scientifico e tecnologico, in quello della navigazione, del commercio e delle esplorazioni. All’epoca in cui usciva dal Medioevo ed entrava nel Rinascimento, l’Europa, affermano questi storici, era assai indietro rispetto a molte più progredite civiltà di altre aree del pianeta e non raggiunse né superò le principali società asiatiche fino al 1800 circa. L’ascesa dell’Occidente fu dunque relativamente recente e improvvisa e poggiò in larga parte sulle conquiste di altre civiltà e non soltanto su quanto accadde in Europa. […] Questo breve libro offre un’introduzione a questi nuovi approcci alla “world history”, presentando alcuni dei risultati più aggiornati e delle discussioni più recenti sulle conquiste della civiltà al di fuori dell’Occidente, sui loro rapporti con l’Europa e sull’importanza che hanno rivestito e rivestono per la formazione del mondo contemporaneo. Il volume, inoltre evidenzia quali possono esser state le specificità europee e quali fattori influiscano sulla posizione predominante acquisita dall’Europa e dal Nord America negli ultimi secoli.

Niente di nuovissimo certamente, almeno per chi è un minimo appassionato di storia e geopolitica. Ma utilissimo per farci riflettere su quanto fosse (parlo al passato perché non so bene come viene insegnata storia al giorno d’oggi, ma dubito che ci sia stato qualche miglioramento) limitato e sbagliato il modo di insegnare la storia nelle nostre scuole.
Il libro però non è solo questo, non si limita a confrontare la nostra civiltà con le altre a lei contemporanee durante le varie epoche o a criticare il metodo di insegnamento occidentale, cerca anche di dare risposte su come affrontare le sfide future di un mondo dove gli attori protagonisti non saremo più soltanto noi occidentali e su quanto sia sbagliato non notare gli enormi aspetti positivi che questo scenario potrebbe comportare per tutta l’umanità.

A mio parere: assolutamente da leggere.

I conti con la storia

Prendo spunto dal post che ho letto su uno dei miei blog preferiti (“plutonia experiment”) e dai commenti che ne sono seguiti per affrontare oggi uno di quegli argomenti scottanti per noi italiani: la storia.

Alex nel suo articolo parlava tra le altre cose della difficoltà di fare ucronia in Italia e del clima scoraggiante che si viene a creare attorno a chi prova a scrivere racconti di questo genere. Tutto molto condivisibile; altrettanto vero è che gli autori nostrani che si cimentano in tale impresa sono maledettamente pochi e qualche volta non proprio all’altezza. Il nostro provincialismo culturale e il rattrappito mercato interno che ne consegue (o che lo genera?) non ci aiuta certo ad attrarre potenziali autori stranieri ad usarci come scenario e si potrebbe andare avanti all’infinito elencando i motivi alla base di questo triste panorama, ma non è questo quello che voglio fare oggi con questo articolo.

A mio avviso la stragrande maggioranza di questi motivi derivano da uno maggiore, un grande male assoluto, che sta alla base anche di tantissimi altri problemi (che tutti insieme, ma non da soli, contribuiscono a fare del nostro paese quello strano posto che è) ovvero del fatto che come società abbiamo sempre deciso di non affrontare la nostra storia per quello che è stata veramente. E che perciò sia difficilissimo per chi ne ha voglia cimentarsi con essa. Basta scegliere un argomento a caso dall’unità d’Italia in poi per rendersene conto.

Prendiamo ad esempio il nostro colonialismo?

Non siamo stati poi così cattivi, sicuramente meno degli altri che le loro colonie le hanno sfruttate, noi addirittura ci abbiamo rimesso e poi gli abbiamo fatto strade, scuole, ospedali, intere città ecc. ecc.

Difficile approfondire e discutere troppo l’argomento per capire come siano andare veramente le cose. Tabu!

Per non parlare di questa nostra presunta bonarietà anche quando la storia ci vede dalla parte del torto marcio e che è utilizzata per diluire le nostre colpe in qualsiasi fatto accaduto dal risorgimento in poi.

In fondo ancora oggi siamo sempre fermi al caro vecchio stereotipo di “italiani brava gente”.

Pensate ora invece quello che sono stati capaci di fare gli USA nel rivedere criticamente la loro storia: dal mito della frontiera, passando per la guerra di secessione, il Vietnam e fino ad arrivare ai giorni nostri con una già forte autocritica emersa sulla reazione avuta al post 11 settembre.

Confronto desolante vero? La nostra storia non si muove, è fossilizzata sulle posizioni che più ci fanno comodo e peggio ancora questo suo immobilismo è protetto proprio da noi stessi perché, diciamoci la verità, fa fatica un po’ a tutti doverci fare i conti.

Come si può immaginare di modificare serenamente la storia d’Italia, esplorare le possibili alternative, speculare su quel fatidico “what if”, quando non la si può studiare,  conoscere o comunque divulgare nella sua interezza?